I cani sporcano. Succede a chiunque, passeggiando, di imbattersi nelle feci di qualche cane, abbandonate sul marciapiede o in una piazza. E questo, oltre all’aspetto estetico, costituisce un problema per la salute pubblica. I cani abbaiano, e ciò disturba la quiete pubblica. Soprattutto, i cani sono spesso aggressivi. Non è infrequente che aggrediscano gli esseri umani, e in qualche caso uccidono anche. Per queste ragioni, per quanto possano piacere a molti, la presenza dei cani in città è insostenibile. Bisogna abbattere i cani esistenti e sostituirli con animali la cui presenza in città sia più sostenibile.
Per quanto le singole affermazioni siano vere, se sostenessi una simile conclusione sarei raggiunto da uno sdegno unanime e considerato un mezzo criminale. Probabilmente a ragione. Se chiedessi di argomentare lo sdegno, mi si direbbe che i cani sporcano, creano problemi e sono aggressivi solo se gestiti male dai padroni, con i quali bisognerebbe piuttosto prendersela. E che molti sono i benefici che vengono agli esseri umani dalla presenza dei cani.
Ora sostituiamo i cani con i pini. I pini sporcano, sono pericolosi e rovinano l’arredo urbano. È successo che qualcuno sia morto a causa della caduta di un pino. Occorre dunque abbattere i pini e sostituirli con alberi più adatti all’ambiente urbano. In questo caso la conclusione funziona. Non è solo condivisa dalla maggior parte delle persone: è messa in pratica da non poche amministrazioni comunali. Compresa quella della mia città, Siena. In cui mentre scrivo si stanno abbattendo i pini maestosi del quartiere Acquacalda, dopo aver abbattuto quelli del Parco Ochino e di Piazza d’Armi. Anche in questo caso potremmo rivendicare il significativo contributo dei pini al bene comune. I pini hanno un significativo valore paesaggistico – qualcuno può immaginare Roma senza i pini? –, contribuiscono al sistema ecologico urbano ospitando nidi di uccelli nelle loro ampie chiome e soprattutto con la loro grande biomassa assorbono quantità significative di CO2.
Nessuno di questi argomenti ha un’efficacia anche solo lontanamente paragonabile agli argomenti simili applicati ai cani. Le ragioni sono principalmente due. La prima è che i benefici dei cani sono più visibili di quelli dei pini. I cani sono affettuosi, e il loro affetto ci fa stare bene. I pini se ne stanno lì, immobili e silenziosi. La seconda è che i cani hanno dei padroni. Sono, per così dire, proprietà privata. I pini sono un bene pubblico. E in un sistema capitalistico i beni pubblici sono tutelati molto meno delle proprietà private. Ma non bisogna illudersi: non riconosciamo in realtà alcun valore intrinseco ai cani. Li usiamo, esattamente come usiamo tutto ciò con cui entriamo in contatto. Se la smettessero di dispensare affetto, non sapremmo più che farcene dei cani. Si dirà che i gatti non sono particolarmente affettuosi, eppure li teniamo con noi. Ma i gatti non sporcano in giro, non hanno mai sbranato nessuno e fanno le fusa in modo meraviglioso.
Fermiamoci sul concetto di valore intrinseco. Una cosa ha valore intrinseco quando la sua stessa esistenza è un valore, indipendentemente dalla sua utilità; e dunque non è sopprimibile, se non in circostanze estreme. Non sono molte le cose cui siamo disposti a riconoscere un simile valore. L’essere umano è il candidato ideale: chi negherà che un essere umano abbia valore di per sé? In molti casi questo valore può essere revocato – possiamo anche assistere a un genocidio in diretta senza scomporci troppo: ora lo sappiamo –, ma in linea di massima chiunque è disposto a riconoscere che ogni essere umano, in quanto tale, ha valore. Un secondo candidato sono i beni culturali, almeno quelli il cui valore è universalmente riconosciuto. È facile immaginare le reazioni se il sindaco di Siena invece che qualche decina di pini maestosi facesse abbattere il Duomo della città.
Non poco imbarazzo sorge quando chiediamo di giustificare il valore intrinseco di qualcuno o qualcosa. Sappiamo che un essere umano ha valore. Ma come dimostrarlo? Immaginiamo di imbatterci in un killer filosofo, che puntandoci una pistola contro ci ponga in questa situazione spiacevole: “Se non mi dimostri il tuo valore intrinseco, ti ammazzo”. Risponderemmo vantando i nostri meriti sociali – se ci sono, cosa che non è così frequente – o la nostra importanza per la nostra famiglia. E il killer scuoterebbe la testa. “Ho detto intrinseco“. In sé, dunque, non per l’utilità e il vantaggio che la nostra esistenza offre a qualcuno. Non so quanti si salverebbero. I religiosi probabilmente strapperebbero qualche minuto di vita in più, balbettando che la vita umana ha valore perché siamo stati creati da Dio. Il killer, che è un logico implacabile, chiederebbe allora di dimostrare l’esistenza di quel Dio da cui discende il valore della vita umana. E… bum!
Se capitasse a me, di avere addosso quella pistola puntata, proverei così. Io ho voglia di vivere. O meglio: c’è qualcosa in me, che viene prima della consapevolezza razionale, che mi spinge verso la vita, e che ha a che fare forse con il Wille di cui parlava Schopenhauer. Eviterei a dire il vero di citare Schopenhauer, perché in lui quel Wille è una brutta faccenda. La porrei piuttosto nei termini del Dhammapada buddhista (129):
Sabbe tasanti daṇḍassa, sabbe bhāyanti maccuno; attānaṃ upamaṃ katvā, na haneyya na ghātaye.
Tutti tremano di fronte al bastone, tutti hanno paura della morte; prendendo sé stessi a paragone, non si uccida né si faccia uccidere.
Ogni essere vivente ha paura della morte. Ho paura io, che ho la pistola puntata addosso e mi sto appunto difendendo, e ha paura il killer. Può essere che le cose non stiano così. Può essere che il killer non abbia paura di morire, sia uno di quei soggetti che hanno fatto la fortuna di certi romanzieri e di non pochi registi, per i quali vivere o morire è ormai indifferente. Non si può negare tuttavia che la paura della morte sia un fenomeno universale, così come universale è la tensione verso la vita. Una tensione che va al di là, ripeto, della consapevolezza: posso essere depresso, pensare che la mia vita non abbia alcun valore, e tuttavia difendermi strenuamente se qualcuno cercasse di uccidermi, invece di vedere in ciò una liberazione.
Il testo del Dhammapada dice sabbe: tutti. Non parla solo di esseri umani, ma di qualunque forma di vita. C’è evidentemente una differenza importante: gli esseri umani, i cani, le scimmie tremano di fronte al bastone, si difendono da un’aggressione, mostrano visibilmente la loro tensione verso la vita. Un albero no. Non c’è alcun dubbio però sul fatto che quella tensione sia universale. Lo dimostra lo stesso fenomeno che condanna i pini: l’affiorare delle radici in superficie, che rovina l’asfalto e il manto stradale. Il pino cerca ossigeno. Ha bisogno di respirare. Vuole vivere. A noi quella sua ricerca della vita dà fastidio. E dunque diciamo no alla sua vita per dire sì ai marciapiedi in ordine e alle città sicure. Che sicure in realtà non sono per tante altre ragioni.
Ho il sospetto che quel dire di no a quella forma di vita, invece di prendercene cura, abbia a che fare con il no che, al di là del riconoscimento astratto e spesso retorico del valore della vita umana, diciamo a forme di vita umana che poco si conciliano con la nostra idea di decoro urbano. Vale a dire l’idea di una città ordinata, priva di sporgenze, in cui tutto è al servizio dell’utile, e di un utile che non tollera inconvenienti collaterali. Una città in cui nulla rompe la superficie piatta delle cose. E se prova a farlo, viene rimosso.